Michela ama il suo corpo, lo vende e lo cura, prezioso per sé stessa, la sua femminilità, la sua personalità. Ama sentirsi amata. I desideri degli occhi, il sapore delle carezze. Con le braccia alzate si sorride assorbendosi di lineamenti dolci, denti bianchi e labbra tenere. Le ridono gli occhi, frizzanti di carattere, luminosi di ciglia leggere. Scioglie l’asciugamano dal capo e libera la criniera scuotendo selvaggia i pensieri. Con un piccolo panno si friziona il pube, lo carezza con una crema emolliente. Infila gli slip neri trasparenti di ricami labirintici a perdere le emozioni visive. Un tanga che s’infila leggero tra i glutei. Si libera dall’accappatoio e deterge la pelle con la stessa pomata. Con piccoli movimenti aggraziati si muove. Prende l’asciugacapelli e soffia verso la chioma aiutandosi con una spazzola per renderla vaporosa.

Nella stanza da letto, appisolato tra le coperte, la attende il suo amore. Durante la notte di lavoro, Michela si è nutrita della passione degli altri. Al pensiero di poter riversare il suo ardore sull’uomo che la coinvolge da qualche settimana, ha un brivido e si lancia uno sguardo complice allo specchio.

- Sei proprio senza vergogna- si dice regalandosi una risata languida e sottile.

Le mani in tasca, rigirando il coltello con le dita, Gino attraversa l’atrio della stazione e oltrepassa le porte scorrevoli che si aprono con un lieve rumore. Si ritrova fuori, in una Pescara buia e fredda. Umida di goccioline sospese. Il sonno lo assale: dormire alla stazione ha macerato anche il suo fisico. Una scossa di brividi freme tra la pelle e i vestiti. L’atrio della stazione di Pescara è aperto alle correnti d’aria. Dall’alto, dai binari, attraverso le aperture del soffitto, le scale a gradini e le scale mobili, l’aria gelata e subdola irrompe e circola crudele. L’umidità impregna gli abiti e le coperte.

Gino, alto quasi due metri, le spalle possenti per quanto incurvate dal gelo, percorre l’- area di risulta- , uno spiazzo desolato e terroso. Tavolini extracomunitari abbandonati alla notte. Autobus fermi e appannati di tristezza. Una zona incolta, tra la stazione Nuova e la stazione vecchia ridotta ormai ad una casetta imbiancata e una cisterna arruginita. Uno spiazzo meschino di binari che urlano sotto macchie d’asfalto e sbirciano a tratti con le loro sbarre scure. Terriccio, ghiaia e fango. Sprazzi di erba ingiallita. La vista si lascia alle spalle una mastodontica costruzione nera di vetri a specchio, la stazione Nuova. Una facciata sulla quale si riflette la Pescara ipocrita che copre la sua pelle butterata con strati di cemento, cemento e cemento come fosse belletto, fondotinta scadente. Maschera di stucco che copre la bruttezza. Così l’occhio si perde e si amareggia in questo spiazzo triste, perduto, senza identità. Di detriti e idee cadute nel vuoto. Fino a scontrarsi con le facciate mangiate delle vecchie case del centro. Scrostate da anni di vecchio transito ferroviario.

Gino pensa a tutto questo ma in maniera più semplice. E’ un poeta solo dentro, non riesce a trascrivere le sue sensazioni nemmeno in pensieri, rimangono in lui come un magma che consuma. Michela però sa ascoltare la sua vita, le sue emozioni senza bisogno di parole. Michela sa ascoltare le carezze e le emozioni. Anche le brutture e le violenze, le trasforma in silenzi, in sospiri leggeri.. Gino procede ferito dal lampeggiare arancione dei semafori verso la donna che lo ascolta rigirando un coltello in tasca, nel palmo della mano.

Cesidio fuma una sigaretta nella macchina nuova. L’ultimo acquisto. E’ corso subito ad appostarsi. E’ nascosto dagli alberi ma vede bene il portone della casa di Michela. Certo, c’è anche un’altra entrata, ma se qualcuno è già sopra, Gino sta per arrivare a sistemare le cose. Non riesce a crederci, lui così deciso, spietato, ridotto a passare la notte ai piedi di Michela. L’ha vista rientrare ma non ha avuto il coraggio di fermarla. Michela è suscettibile, non ama essere spiata e non accetta imposizioni. Dovrebbe farle capire chi comanda, ma non sa come fare, se il rischio è di non poter toccare più il suo corpo profumato… Si accorge di essere arrivato al filtro, lo getta dal finestrino e accende un’altra sigaretta. Aspira nervoso consumando tabacco e pensieri.

Michela, slip e camicetta trasparente, spegne la luce del bagno e scosta la porta socchiusa della camera ondulando i capelli. Dentro è buio ma un fruscio di coperte le dice che è attesa.