La spia non viaggia per diporto, bensì per compiti che vanno dalla semplice osservazione, alla consegna o al prelievo di materiali. Passando per quelli che, con il gergo del vecchio KGB, si definivano in russo mokrie dela, lavori umidi, ed in inglese wet works. L’umido in questione è il sangue. Tali incombenze si sbrigavano in quei posti che negli anni ’50 e ’60 l’uomo della strada vedeva solo al cinema o sui rotocalchi. L’esigua categoria dei più colti, ne leggeva in libri tarati sul registro dell’esotismo. Esaminare la geografia metropolitana dello spionaggio in epoca di turismo diffuso fornisce prospettive inedite sui fondali di un’epopea di congiure.
Se le spie girano il mondo in lungo ed in largo, a Londra risiedono in pianta stabile. Specialmente ora che il fondamentalismo nutre cellule dormienti in una metropoli popolata di pakistani e simili. Lo si è capito con gli attentati nella metropolitana del 7 luglio 2005. La fine della Guerra Fredda non allenta la mole di lavoro per chi opera al servizio segreto di Sua Maestà.
Prima di le Carré, era stato Joseph Conrad ad intuire le possibilità di plot dietro la facciata di una città così apparentemente proverbiale e pittoresca. Ne derivò L’agente segreto, che anticipa la partita a scacchi fra le grandi potenze, dove ogni mossa può risolversi in un omicidio o in un atto terroristico. Il protagonista, Verloc, sotto la copertura di una libreria, prepara una strage per scuotere gli inglesi dal beato torpore vittoriano. Non lo si dichiara, ma è un agente della Russia zarista, infestata di bombaroli che lo stesso Conrad raffigura in Sotto gli occhi dell’Occidente. Verloc si stupisce della sicurezza nella quale vivono i cittadini di Sua Maestà, invidiandoli con un odio bilioso.
Ecco, quindi, le sedi autentiche dei servizi segreti. Quella del MI6, lo spionaggio estero, si trova a Vauxhall Bridge, detta Babilonia sul Tamigi o Legoland per la forma di piramide ziggurat e di parallelepipedi ad incastro. L’MI5, che si occupa della sicurezza interna, è invece Thames House, a Millbank, sulla riva opposta del Tamigi. Dei turisti, attratti da un pezzo d’arte moderna nell’ingresso, pretendevano di visitare l’edificio, avendolo scambiato per la Tate Gallery. Meglio per loro sarebbe stato ripiegare su un’istituzione non certo chiusa al pubblico, ma altrettanto legata all’immaginario della spy-story. È l’Albert Hall, l’auditorium nel quale si consuma la sequenza conclusiva del film L’uomo che sapeva troppo, di Alfred Hitchcock (1956).
Né ci si lasci illudere dalla ripetitiva normalità delle moltitudini di pendolari che transitano nella metropolitana. L’ha imparato il protagonista de Il maschio solitario, di Geoffrey Household, braccato dai tedeschi per avere osato simulare un attentato a Hitler, esercitando la passione per la caccia su un bersaglio umano. Nella prima pellicola che ne fu tratta, Duello mortale, di Fritz Lang (1941), Walter Pidgeon rende bene il londinese che di colpo ritrova la propria città divenuta terreno di battuta, dove la selvaggina è lui stesso. Più efficace del viso nevrotico di Peter O’Toole, che nel rifacimento televisivo del 1976, diretto da Clive Donner, si dimostra preparato in partenza all’ordalia della sua sopravvivenza.
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